martedì 5 febbraio 2008

Nè Juve, nè Roma, INTER CAMPIONE!

Lo ha fatto di nuovo, il topolone. Formaggione, alè, rosicata, hurrà. Non a caso, il suo cognome è un destino, MoRatti, un nome, una rosicatona. Anche dopo l'ennesima domenica di rigore estratto dal cilindro nel momento di sofferenza massima, il solito ignoto con i denti colorati apre la bocca dopo che l'ha tenuta chiusa per 2 settimane con la buona coda di paglia che si è ritrovato dopo che oramai più di mezza Italia l'ha capito che tanto onesto, l'uomo che tarocca bilanci e passaporti, non lo è. Ingoia del provolone piccante tutto d'un pezzo e parla, il simppatttico, della seconda data più celebrata in Italia dopo il santo Natale. Ricordate quel giorno, no? Ricordate, come ci si arrivò a quel giorno, no? Ricordiamo benissimo, lui no, perchè se non spara la vaccata dopo aver contato fino almeno a 2, non piglia sonno la notte. Non si ricorda che pigliava quattro pappine nei derby, l'anno dopo Wimbledon. Non si ricorda, forse, che per vincere un derby, aveva bisogno della coscia di Vieri. Non vuole ricordare che a cinque giornate dalla fine, ne prendeva due in casa dall'Atalanta. Dimentica che a Verona si fece raggiungere all'87 da un colpo di testa di Cossato, dopo che Lupatelli regalò (è proprio il caso di ricordarlo) un gol a Ronaldo. Dimentica quel clima da vomito che vivemmo in quella settimana che portò al 5 maggio. Dimentica "Nè Juve, nè Roma, Inter Campione, lo striscione che campeggia in curva nord, feudo laziale", come recitava la radiocronaca di Tutto il calcio minuto per minuto. Dimentica i tifosi laziali che andavano in giro con la maglia del loro avversario. Scordiamoci poi le contestazioni verso Cragnotti, Zaccheroni e i propri giocatori ogni volta che prendevano palla. Non ricordiamo poi le prodezze di Angelo Peruzzi per evitare il primo gol dell'inter, una farsa da ufficio indagini. Non ricordiamo come arrivò l'angolo del secondo gol interista, allora.Massì, invece lo facciamo: con sufficienza, Couto la appoggia fuori. Non ricordiamo poi San Gresko,Sorondo, Ferraro e Dalmat (un cane, di nome e di fatto) campioni in campo in quella partita, al livello di Trezeguet (capocannoniere senza tirare nemmeno un rigore), Nedved e Del Piero. Non ricordiamoci le clamorose papere difensive dei già Campioni d'Italia festanti in quel mattino con i bandieroni già stampati in tricolore, numero 14. Dimentichiamoci le richieste da illecito sportivo di Materazzi ripreso da tutte le tv, che chiese ai rivali della Lazio di lasciarli vincere, dopo la pallanuoto di Perugia in vasca lunga. Tentativo, anche se irrisolto, di truccare una partita, come tanto ci hanno insegnato con Farsopoli. Nessuno parlò. Dimentichiamoci dei falli e dei calci da codice penale del futuro Smoking bianco, esempio di difensori per tutti i bambini. Dimentichiamoci che in quella giornata, le povere vittime defraudate dai cattivoni, scesero dal primo al terzo posto. Delirio, frustrazione, cultura sportiva. Lo stesso uomo (si fa per dire, eh) che predicava fair-play prima di Juve-inter in Coppa Italia, ben rispettato dal suo Balotelli, da Pelè e Vieira. Grazie, signor Moratti. Ogni volta che apre quella bocca, è un autogol voluto e cercato. Grazie, nuova dirigenza Juve. Grazie, che consenti che anche gente come Moratti possa alitare contro la signora Juventus, macchiandole uno degli scudetti più belli di tutta la sua storia. Almeno una parolina, almeno una fiatata per ricordare la bellezza e la leggittimità di quello scudetto vero. Ci sono dei tifosi ed una storia da tutelare, ma forse a loro non interessa più di tanto difenderci dalle facce identiche ad un fondoschiena che la dignità, non sanno nemmeno dove sta di casa. 5 maggio. Del 2002. Va specificato anche l'anno, perchè poi loro ne hanno anche un altro, quello del 1991. Inter-Samp 0-2, blucerchiati Campioni d'Italia con il loro fuoriclasse Mancini, quello che "non lo vogliamo! non lo vogliamo!", dicevano di lui quelli che non per la prima e non per l'ultima volta, fecero i loro consuetì falò allo stadio, assieme ai soliti cori irripetibili. 5 Maggio, fatevene una ragione.



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